domenica 11 novembre 2012

Scrivimi una lettera



Ho sempre amato e ancora amo scrivere lettere. 
Da ragazzina corrispondevo con le "amiche di penna", lontane chilometri, mai viste né sentite al telefono, con vite diverse o simili alla mia, incontrate attraverso rubriche su giornalini che all'epoca consultavo come manoscritti rinascimentali. 
Io avevo inserito il mio annuncio personale (chissà come mi ero presentata? Non ricordo... sicuramente parlando di libri, ma con quali parole? Sarebbe curioso riscoprirlo) e analizzavo gli annunci altrui ogni settimana con doviziosa cura, li cerchiavo con la matita o con l'evidenziatore, li sottolineavo, immaginavo chi vi stava dietro. Era bello, era emozionante. 
La mia buca delle lettere non era quasi mai vuota e quando tornavo a casa da scuola imboccavo la via perpendicolare alla mia casa, piuttosto che l'altra, per poter vedere prima, a distanza, la cassetta di vetro trasparente. Quel vetro, però, era smerigliato e capire se conteneva bollette da pagare o importanti  lettere da leggere e a cui rispondere, non era sempre facile: duecento metri a piedi in preda all'enigma, nella sospensione tra felicità e delusione. Perché se non c'era nulla per me, ero triste, a volte terribilmente triste. Ma poco dopo ricominciavo ad attendere il postino, per il giorno seguente. 
Il postino mi aveva in simpatia ma non ne poteva più del bastimento di lettere che gli facevo consegnare settimanalmente e quando al sabato gli dicevo "Ci vediamo domani!", lui mi rispondeva: "Ma come...? Vuoi farmi lavorare anche di domenica? Ho bisogno di riposarmi." Così prendevo a malincuore atto del giorno festivo e tornavo a redigere le mie lunghissime lettere.   

Con il passare del tempo, alcune corrispondenze hanno preso più carta di altre e poiché mantenerle tutte era diventata un'impresa da agonista, ho scelto di portarne avanti solo alcune, e poi soltanto una. 
L'ho spiegato anche al mio postino, non fosse mai che pensasse che al mondo le persone smettevano di volermi bene..., e quella sera, in segreto, quando la moglie e i figli e il cane dormivano, immagino abbia fatto una grande festa solitaria. 

Questo, però, voleva dire aspettare. Aspettare non solo che la mia amica mi rispondesse ma aspettare che l'addetto del ritiro postale prendesse in carico la busta a me destinata, la trasportasse di cassetta in sacco, di sacco in camion, aereo, nave, elicottero, fenicottero, qualunque mezzo o evento migratorio; aspettare che la mia lettera, quella con il mio nome scritto sopra, magari accompagnato da qualche ghirigoro colorato o preziosamente miniato, con il mio indirizzo di casa scritto ben chiaro e ricalcato, così che non ci si potesse sbagliare, affrontasse mille pericoli e arrivasse nella mia città, nei magazzini affollati della posta, mescolata a tante altre. 
E poi aspettare che il mio postino smistasse il tutto e me la portasse, senza suonare il campanello perché tanto io lo avevo già avvistato dalla finestra e di corsa gli avevo aperto il cancello. Questo, ovviamente, quando non ero a scuola. Facevo così: sapevo più o meno a che ora passava, con l'occhio destro sondavo la strada dalla finestra, con il sinistro guardavo il foglio su cui stavo scrivendo una lettera di risposta. Il postino passava in bicicletta, sorpassava la mia casa per andare al fondo della via. Da qual momento sapevo che in dieci o quindici minuti avrebbe suonato tutti i campanelli più in giù del mio e poi finalmente sarebbe arrivato. Ero educata e non lo fermavo quasi mai per strada per chiedergli in anticipo se aveva qualcosa per me. E non solo. Quando arrivava da me, mi pareva sgarbato stare a fissarlo mentre smistava la posta fra le buche degli altri condomini, e allora stavo sul pianerottolo, mezza nascosta e fremente, e comparivo solo quando aveva finito, giusto in tempo per salutarlo e per esultare con il mio premio in mano.   

Una volta una lettera è arrivata tanto tanto in ritardo, e io la aspettavo. La risposta era così importante per me, a quella lettera precisa, che ho cominciato a pensare che non avrei mai più ricevuto risposta, che quello che avevo scritto non andava bene, che avevo sbagliato o che io ero sbagliata. 

Poi il postino è arrivato. 


C'è stata anche quella volta in cui ho tentato di scassinare la mia buca delle lettere. Sì, scassinare. Non avevo la chiave, non ricordo come mai, e non potevo aspettare il ritorno dei miei genitori. Quindi mi sono ingegnata con ferretti, bacchette, mollette, incantesimi affinché le mie sottili dita si allungassero della misura necessaria, qualunque cosa nel tentativo efferato di raggiungere la mia lettera, imprigionata in quella diabolica gabbietta. 
O forse la chiave mi si era spezzata dentro la serratura, nella foga di aprirla... infatti poi abbiamo cambiato serratura. Mi è stata data un'altra piccola chiave per la buca delle lettere, ma la sua forma a mio avviso non è per niente quella di una chiave da buca delle lettere e allora ho conservato quella vecchia, che sta lì, nel mazzo, a farmi compagnia.  

Ora non abbiamo più bisogno di aspettare e non abbiamo più bisogno di chiavi, abbiamo le e-mail, anche se aspettare e cercare, trovare, girare chiavi in serrature che ci dischiudono tesori sono azioni che ci fanno molto bene, di cui forse abbiamo bisogno. 

Il mio postino è andato in pensione, i suoi sostituti hanno mille volti e mille orari diversi, non li puoi aspettare in agguato alla finestra perché non si sa mai quando riescono a passare, ma tanto adesso aspetto per lo più multe da città che ho frequentato un giorno per mostre, fiere o corsi di formazione (infrangendo immancabilmente qualche regola stradale, ma - vi assicuro - senza volerlo) oppure la lettera dell'assicuratore che mi ricorda che fra un mese devo passare a trovarlo.

In ogni caso, io nella vita, ogni giorno, non smetto mai di aspettare. Aspettare e-mail, aspettare persone, aspettare parole, aspettare lavori, aspettare sorprese, aspettare rivelazioni, aspettare gioie, aspettare cose terribili, aspettare idee, storie, emozioni, aspettare l'ora del tè, aspettare l'ora di vedere il mio innamorato, aspettare che il sole arrivi in quel punto esatto in cui, riflettendosi sulla finestra del palazzo di fronte, mi tocca la guancia destra mentre sto scrivendo una e-mail.

Io aspetto, e allora se tu che stai leggendo ne hai voglia, scrivimi. Io ti leggerò. 

p.s. quando ero ragazzina, al mio annuncio ha risposto anche un tizio la cui grafia urlava "sono un maniaco!" e lo avevo capito anche se non avevo alle spalle studi di grafologia. Ecco, beh, insomma... se sei un maniaco, non mi scrivere. Ciao.

p.p.s. ma tutti gli altri, sì, eh!


[Foto: Due donne scrivono lettere in riva al mare, nonostante l’alta marea, nel 1925. General Photographic Agency/Getty Images]

2 commenti:

  1. io ti scriverò di sicuro. di cose da dirci secoondo me ne avremmo tante. è stato bello conoscerti questo week end. un abbraccio. benedetta ovvero ilcestodeitesori

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